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giovedì 30 aprile 2026

UNO SGUARDO PSICOLOGICO ALLE GIORNATE MONDIALI DI APRILE parte 2/2

Oggi, 30 aprile, si celebra la Giornata Mondiale del Jazz, istituita dalla Conferenza Generale dell’UNESCO nel 2011.

Benessere a ritmo di… Jazz!
La musica jazz esercita un’influenza psicologica profonda perché combina complessità, improvvisazione e ritmo in un modo che coinvolge il cervello su più livelli. Le ricerche mostrano che il jazz può ridurre lo stress, stimolare la creatività e attivare reti cerebrali legate alla spontaneità e alla regolazione emotiva. Alcuni studi evidenziano che il jazz a tempo lento può attivare il sistema parasimpatico, favorendo rilassamento e riduzione dello stress, mentre l’improvvisazione jazzistica è associata a una diminuzione del controllo esecutivo e a un aumento dei processi creativi spontanei, un fenomeno noto come ipofrontalità.

Il jazz come esperienza emotiva e corporea
Il jazz non è solo musica: è un linguaggio emotivo. La sua struttura fatta di tensione e rilascio, swing e sincopi, crea un dialogo continuo tra musicista e ascoltatore. Questo dialogo attiva:

risposte corporee involontarie, come il movimento ritmico o il “foot tapping”, legate al modo in cui il cervello sincronizza ritmo e movimento
reazioni emotive intense, come brividi o senso di elevazione, grazie all’attivazione dei circuiti dopaminergici
un senso di libertà, perché l’improvvisazione rompe schemi prevedibili e stimola la percezione di novità
La scienza del “groove” mostra che lo swing jazz può coinvolgere il sistema nervoso in modo diretto, creando un piacere immediato e quasi istintivo.

Cosa accade nel cervello quando ascoltiamo jazz
Il jazz attiva reti cerebrali complesse, spesso più ampie rispetto ad altri generi musicali:

Attivazione diffusa del cervello, inclusi aree legate a memoria, attenzione, immaginazione e movimento
Riduzione del controllo esecutivo durante l’improvvisazione, che permette una creatività più fluida e spontanea
Coinvolgimento del sistema limbico, responsabile delle emozioni
Stimolazione del sistema dopaminergico, associato a piacere, motivazione e regolazione dell’umore
Questi effetti sono stati osservati sia negli ascoltatori sia nei musicisti, con benefici cognitivi e affettivi che si estendono oltre il momento dell’ascolto.

Jazz, identità e psicologia culturale
Il jazz nasce come forma di espressione e protesta culturale, un linguaggio di libertà e identità. La psicologia culturale evidenzia che:

● la musica jazz può rafforzare il senso di appartenenza
● favorisce l’espressione emotiva autentica
● sostiene la costruzione dell’identità, soprattutto nei giovani e negli artisti
Storicamente, il jazz ha rappresentato una rottura con le regole rigide della musica classica, diventando un simbolo di creatività e autodeterminazione.

Effetti terapeutici e regolazione emotiva
Il jazz può essere utilizzato anche in chiave di benessere psicologico:

● riduzione dello stress grazie ai tempi lenti e alle armonie morbide
miglioramento della concentrazione, soprattutto nei soggetti neurodivergenti, come mostrato da testimonianze sull’uso del jazz per gestire l’ADHD
stimolazione cognitiva, utile per memoria, attenzione e flessibilità mentale
supporto alla regolazione emotiva, grazie alla sua capacità di rispecchiare e trasformare stati interni complessi
Il jazz, con la sua imprevedibilità controllata, aiuta a tollerare l’incertezza e a sviluppare una maggiore elasticità emotiva.

Perché il jazz “fa bene” alla mente
È una musica che invita a stare nel presente, ad ascoltare davvero, a lasciarsi sorprendere. Per questo può diventare un potente strumento di benessere psicologico.


Dott.ssa Chiara Pascone - Psicologa e volontaria Centro Studi Creativamente APS
Dott. Nicolò Caputo - Psicologo, Performance coach e volontario Centro Studi Creativamente APS 










martedì 28 aprile 2026

UNO SGUARDO PSICOLOGICO ALLE GIORNATE MONDIALI DI APRILE parte 1/2

Il 28 aprile si celebra la Giornata Mondiale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro, istituita dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) nel 2003. Cogliamo questa occasione per riflettere su quanto l’ambiente lavorativo sia strettamente connesso con il nostro benessere, fisico e psicologico.

Quanto ci influenza l’ambiente lavorativo?
L’ambiente di lavoro influenza profondamente la vita psicologica delle persone: non solo determina come ci si sente durante la giornata, ma modella motivazione, salute mentale, relazioni e persino la qualità della vita fuori dall’ufficio. Le evidenze mostrano che un contesto lavorativo sano sostiene il benessere, mentre ambienti poveri di sicurezza psicologica, sovraccarichi o disorganizzati aumentano stress, ansia e rischio di burnout.

Come l’ambiente di lavoro plasma il benessere psicologico
Il luogo di lavoro non è solo uno spazio fisico: è un ecosistema fatto di relazioni, regole implicite, ritmi, valori e micro-esperienze quotidiane. Questo ecosistema agisce su tre piani:

Fisico - luce, rumore, temperatura, ergonomia e layout influenzano concentrazione, energia e stress. Un ambiente caotico o scomodo riduce performance e aumenta irritabilità.
Organizzativo - carichi di lavoro, chiarezza dei ruoli, autonomia decisionale e stabilità contrattuale incidono sulla percezione di sicurezza e controllo.
Relazionale - qualità della leadership, clima di fiducia, collaborazione e riconoscimento sono tra i fattori più predittivi di benessere e motivazione.

Quando questi tre livelli funzionano in armonia, le persone sperimentano maggiore soddisfazione, creatività e senso di appartenenza. Quando invece sono disfunzionali, emergono stress cronico, conflitti e calo di produttività.

Cosa ci dice la psicologia del lavoro
La psicologia del lavoro evidenzia che:
Un buon ambiente protegge la salute mentale: un contesto equo, inclusivo e ben strutturato riduce il rischio di ansia e depressione.
La qualità dell’ambiente predice la performance: non basta lo stipendio; condizioni fisiche e psicologiche adeguate aumentano motivazione e impegno.
La leadership ha un ruolo chiave: stili di guida empatici e partecipativi migliorano clima e resilienza del gruppo.
Il lavoro occupa un terzo della vita: per questo il suo impatto si estende alla sfera personale, influenzando sonno, relazioni e gestione delle emozioni.

Quando l’ambiente diventa tossico
Un ambiente lavorativo problematico può manifestarsi attraverso:
● sovraccarico costante e mancanza di pause
● scarsa comunicazione o ambiguità nei ruoli
● micro-aggressioni, favoritismi o discriminazioni
● leadership autoritaria o assente
● cultura della reperibilità continua

Questi fattori aumentano il rischio di burnout, assenteismo, conflitti e abbandono del posto di lavoro. Le organizzazioni ne risentono in termini di produttività e costi: ogni anno si perdono miliardi di giornate lavorative a causa di ansia e depressione.

Come costruire un ambiente che sostiene le persone

Le ricerche suggeriscono alcune leve fondamentali:
Spazi fisici curati: luce naturale, aree silenziose, ergonomia e ordine migliorano concentrazione e benessere.
Autonomia e chiarezza: sapere cosa ci si aspetta e poter decidere come svolgere il proprio lavoro aumenta senso di competenza.
Cultura del riconoscimento: feedback costruttivi e apprezzamento autentico rafforzano motivazione e fiducia.
Leadership consapevole: ascolto, trasparenza e coerenza creano sicurezza psicologica.
Equilibrio vita-lavoro: orari sostenibili, flessibilità e rispetto dei confini riducono stress e turnover.

Un ambiente sano non è un “benefit”, ma un fattore strutturale che permette alle persone di funzionare bene e alle organizzazioni di prosperare.

Una prospettiva più ampia
L’ambiente di lavoro è uno dei principali contesti di socializzazione dell’adulto. Influenza identità, autostima, senso di efficacia e qualità delle relazioni. Investire in un clima sano significa investire nella salute collettiva: quando le persone stanno bene, lavorano meglio, collaborano di più e portano questa qualità anche nella loro vita privata.


Dott.ssa Chiara Pascone - Psicologa e volontaria Centro Studi Creativamente APS
Dott. Nicolò Caputo - Psicologo, Performance coach e volontario Centro Studi Creativamente APS 






lunedì 23 marzo 2026

UNO SGUARDO PSICOLOGICO ALLE GIORNATE MONDIALI DI MARZO parte 2/2

Il 23 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Meteorologia. Non vi parleremo di cambiamenti climatici, bensì di cambiamenti psicofisici.

Esiste davvero la meteoropatia?
In sintesi: sì, esiste una sensibilità ai cambiamenti meteorologici che può influenzare umore, energia e benessere psicofisico, anche se non tutti la sperimentano allo stesso modo. Le ricerche mostrano che alcune persone sono più vulnerabili a variazioni di temperatura, pressione, umidità e luce, e che questi fattori possono attivare risposte neurovegetative e affettive misurabili.

Che cos’è la meteoropatia
La meteoropatia viene descritta come una sindrome di sintomi psicofisici che emergono quando il tempo cambia in modo graduale o improvviso. Parliamo di variazioni dell’umore, irritabilità, stanchezza, difficoltà di concentrazione, mal di testa, dolori articolari o un senso generale di “instabilità interna”.

Questa sensibilità non è un capriccio: ha radici antiche (Ippocrate già ne parlava) e oggi è riconosciuta come un fenomeno reale, anche se non sempre classificabile come disturbo clinico.

Cosa dice la psicologia
La psicologia contemporanea considera la meteoropatia come un’interazione tra:

Fattori biologici - il sistema neurovegetativo reagisce ai cambiamenti di pressione, luce e temperatura.
Fattori emotivi e temperamentali - alcuni temperamenti affettivi rendono più sensibili alle variazioni climatiche.
Fattori cognitivi - l’attenzione selettiva al meteo può amplificare la percezione dei sintomi.
● Fattori ambientali e sociali - routine, esposizione alla luce, attività fisica e qualità del sonno modulano la risposta.

In alcune persone, soprattutto donne di mezza età, la sensibilità è più marcata.

Meteoropatia o disturbo affettivo stagionale?
È utile distinguere:

Meteoropatia “comune”: oscillazioni dell’umore e del benessere legate ai cambiamenti del tempo.
Disturbo affettivo stagionale (SAD): una vera e propria psicopatologia riconosciuta dal DSM-5, con sintomi depressivi ricorrenti in specifiche stagioni (spesso l’inverno).

La meteoropatia non è automaticamente un disturbo, ma può essere un indicatore di una maggiore vulnerabilità emotiva ai fattori ambientali.

Perché alcune persone ne soffrono di più
Le ricerche suggeriscono che la sensibilità al meteo può dipendere da:

Regolazione della serotonina influenzata dalla luce.
Variazioni della pressione barometrica che incidono sul sistema nervoso autonomo.
Temperamenti affettivi specifici, come quello ciclotimico o ansioso.
Storia personale di stress o burnout, che rende il corpo più reattivo agli stimoli esterni.
Stili di vita indoor, con poca esposizione alla luce naturale.

Come si può gestire
Non si tratta di “curare” qualcosa di patologico, ma di regolare meglio il proprio equilibrio psicofisico:

● aumentare l’esposizione alla luce naturale, soprattutto al mattino
● mantenere routine regolari di sonno e movimento
● usare tecniche di autoregolazione (respirazione, grounding, stretching)
● monitorare i propri pattern per capire quali condizioni climatiche impattano di più
● lavorare su flessibilità emotiva e consapevolezza corporea

Se i sintomi diventano intensi o ricorrenti, è utile parlarne con un professionista della salute mentale per distinguere tra meteoropatia e disturbi dell’umore.

Una lettura psicologica più ampia
La meteoropatia ci ricorda che siamo organismi sensibili, non entità separate dall’ambiente. Il corpo registra variazioni minime e le traduce in stati emotivi. In questo senso, la meteoropatia non è solo un fenomeno da “subire”, ma un’occasione per osservare come il nostro equilibrio interno risponde al mondo esterno.


Dott.ssa Chiara Pascone - Psicologa e volontaria Centro Studi Creativamente APS
Dott. Nicolò Caputo - Psicologo, Performance coach e volontario Centro Studi Creativamente APS 


venerdì 20 marzo 2026

UNO SGUARDO PSICOLOGICO ALLE GIORNATE MONDIALI DI MARZO parte 1/2

Il 20 marzo si celebra la giornata internazionale della felicità, istituita dall'Assemblea generale dell'ONU, il 28 giugno 2012.

Cos’è davvero la felicità?
La felicità è spesso immaginata come un traguardo: un punto d’arrivo in cui tutto è stabile, sereno, risolto. Questa rappresentazione, però, non trova riscontro né nella ricerca psicologica né nell’esperienza umana. La felicità non è un oggetto da conquistare, ma un’esperienza dinamica, che cambia nel corso della vita e che assume forme diverse a seconda delle persone, dei contesti e dei momenti.

Comprendere cosa sia davvero la felicità significa quindi spostare lo sguardo: non più “come posso essere felice sempre?”, ma “quali condizioni favoriscono un senso di benessere autentico e sostenibile?”.

La felicità come costruzione culturale
Prima di definirla, è utile riconoscere che la nostra idea di felicità è influenzata da modelli culturali e sociali. Nelle società occidentali contemporanee, la felicità viene spesso associata a:

● benessere costante;
● assenza di emozioni negative;
● successo personale e produttività;
● confronto sociale e performance emotiva.

Questa narrazione crea aspettative irrealistiche e può generare frustrazione, senso di inadeguatezza e pressione a “sentirsi bene” a tutti i costi. La psicologia invita invece a considerare la felicità come un’esperienza più sfumata, meno performativa e più radicata nella complessità della vita reale.

Le tre dimensioni della felicità: un modello integrato
La ricerca psicologica propone una visione multilivello della felicità, utile sia per il pubblico generale sia per i professionisti.

● Benessere edonico - riguarda il piacere, la soddisfazione, le emozioni positive. È importante, ma fisiologicamente instabile: il nostro sistema emotivo è progettato per oscillare.
Benessere eudaimonico - include il senso di significato, la coerenza con i propri valori, la percezione di crescita personale. Non sempre “fa stare bene”, ma contribuisce profondamente alla qualità della vita.
Benessere relazionale - si riferisce alla qualità dei legami, al sentirsi riconosciuti, al senso di appartenenza. È uno dei predittori più solidi di benessere duraturo.

Queste dimensioni mostrano che la felicità non è un’emozione, ma un equilibrio dinamico tra piacere, senso e connessione.

Il ruolo delle emozioni negative: parte integrante della felicità
Una comprensione matura della felicità include anche le emozioni spiacevoli. Tristezza, rabbia, paura o frustrazione non sono errori del sistema, ma segnali che orientano i nostri bisogni e i nostri valori.

● aiutano a riconoscere ciò che conta;
● favoriscono l’apprendimento e l’adattamento;
● danno profondità alle emozioni positive.

La felicità non coincide con l’assenza di dolore, ma con la capacità di integrare l’intera gamma delle esperienze emotive.

La felicità come processo: un approccio sostenibile
Molti modelli psicologici contemporanei convergono su una visione processuale della felicità:

● è un insieme di pratiche quotidiane, non un risultato finale;
● richiede flessibilità psicologica, non perfezione emotiva;
● si costruisce attraverso relazioni significative, cura di sé, consapevolezza e impegno verso ciò che conta.

In questa prospettiva, la felicità è un movimento, non una destinazione. È fatta di momenti, di connessioni, di scelte coerenti con i propri valori, di pause e ripartenze.

Una definizione possibile
La felicità può essere descritta come la capacità di vivere una vita dotata di senso, in cui emozioni positive e negative trovano spazio, e in cui le relazioni e i valori personali guidano le scelte quotidiane. Non è uno stato permanente, ma un’esperienza che emerge e si trasforma nel tempo.

Questa visione permette di liberarsi dall’ideale irrealistico della felicità perfetta e di accedere a un benessere più autentico, umano e sostenibile. 


Dott.ssa Chiara Pascone - Psicologa e volontaria Centro Studi Creativamente APS
Dott. Nicolò Caputo - Psicologo, Performance coach e volontario Centro Studi Creativamente APS 

sabato 28 febbraio 2026

L’ARTE DIVENTA RACCONTO: LE GIORNATE MONDIALI VISTE DAGLI ARTISTI 3/3 febbraio '26

Eccoci giunti all'ultima puntata di febbraio con i nostri racconti artistici per celebrare le Giornate Mondiali del mese.

Il 28 febbraio si celebra la Giornata Internazionale delle Malattie Rare.

Occasione per accendere i riflettori su condizioni spesso poco conosciute e su chi convive quotidianamente con esse. Anche in questo caso, l’arte può diventare uno spazio di racconto e di consapevolezza, capace di dare forma a esperienze intime e complesse.

In questo contesto, il lavoro di Paul Klee offre una testimonianza particolarmente significativa. L’artista svizzero-tedesco, tra le figure più importanti dell’arte del Novecento, fu colpito negli ultimi anni della sua vita da sclerodermia, una malattia rara e progressiva che compromette il sistema connettivo, limitando i movimenti e causando un profondo indebolimento fisico.

La malattia influenzò in modo evidente sia la sua vita quotidiana sia la sua produzione artistica. A partire dalla diagnosi, il linguaggio visivo di Klee subisce una trasformazione: le forme diventano più essenziali, i segni più marcati e controllati, i colori spesso più cupi. Lontano dall’essere un segno di declino creativo, questo cambiamento testimonia la straordinaria capacità dell’artista di adattare il proprio linguaggio alle nuove condizioni del corpo, trasformando la sofferenza in una nuova possibilità espressiva.

Attraverso le opere degli ultimi anni, Klee continua a sperimentare e a interrogarsi sul senso dell’esistenza, del tempo e della fragilità umana. In occasione della Giornata Internazionale delle Malattie Rare, la sua esperienza ci invita a riflettere non solo sull’impatto della malattia, ma anche sulla forza della creatività come strumento di resistenza, consapevolezza e trasformazione.



Attraverso queste storie, l’arte si rivela come uno spazio di ascolto, di memoria e di consapevolezza. Gli artisti che abbiamo incontrato ci mostrano come esperienze difficili quali la malattia, il dolore, la diversità, l’ingiustizia, possano diventare occasioni di riflessione e di dialogo. Raccontare queste Giornate Mondiali attraverso l’arte significa ricordare che dietro ogni tema ci sono persone, corpi, vissuti e voci che meritano di essere ascoltate.

mercoledì 18 febbraio 2026

L’ARTE DIVENTA RACCONTO: LE GIORNATE MONDIALI VISTE DAGLI ARTISTI 2/3 febbraio '26

Il 18 febbraio ricorre la Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger.

Un’occasione per riflettere sul concetto di neurodivergenza e su come, nel corso della storia, molte figure creative abbiano mostrato tratti oggi associabili allo spettro autistico. Naturalmente non è possibile formulare diagnosi retrospettive, ma alcuni comportamenti e caratteristiche emersi da fonti storiche e biografiche hanno portato studiosi e ricercatori a interrogarsi su questo aspetto.

Michelangelo è stato senza dubbio un artista straordinario, autore di capolavori che hanno segnato in modo indelebile la storia dell’arte.

Allo stesso tempo, viene descritto come un personaggio enigmatico e complesso. Le sue opere sembrano nascere da una visione profondamente personale: Michelangelo affermava di “vedere” le figure già presenti nella pietra e di limitarsi a liberarle, lavorando con un rigore estremo e una dedizione quasi ossessiva, senza concedersi riposo finché l’opera non fosse completata. Le testimonianze dell’epoca raccontano di una persona riservata, che preferiva lavorare in solitudine e che aveva rapporti spesso difficili con colleghi e committenti. Le sue lettere rivelano un certo distacco emotivo e una forte sensibilità alle critiche, che potevano renderlo irritabile e profondamente turbato.



Anche Leonardo da Vinci è spesso citato in queste riflessioni. La sua curiosità inesauribile e la capacità di concentrarsi in modo profondo e prolungato su singoli argomenti lo portarono a esplorare ambiti diversissimi, dall’arte alla scienza, dall’ingegneria all’anatomia. Leonardo mostrava un approccio analitico e sistematico alla realtà, accompagnato da una spiccata tendenza all’isolamento e da difficoltà nel portare a termine alcune opere, spesso abbandonate per inseguire nuove ossessioni intellettuali. I suoi codici restituiscono l’immagine di una mente straordinariamente strutturata, capace di osservare il mondo in modo radicalmente diverso e profondamente originale.


Anche nel caso di Vincent van Gogh, alcuni studiosi hanno ipotizzato la presenza di tratti neurodivergenti. La sua vita fu segnata da una profonda solitudine e da un’intensità emotiva fuori dal comune, che si riflette nella sua produzione artistica. Van Gogh viveva l’arte come una necessità vitale, lavorando in modo compulsivo e totalizzante. Le sue lettere al fratello Theo rivelano una grande difficoltà nelle relazioni sociali, ma anche una capacità straordinaria di percepire il colore, la luce e la natura in maniera amplificata, trasformando il disagio e l’isolamento in una forma di espressione artistica potentissima.

Questi esempi non vogliono offrire etichette o semplificazioni, ma aprire uno spazio di riflessione sul valore della neurodiversità, ricordando come modi diversi di percepire e interpretare il mondo abbiano contribuito in modo fondamentale alla storia dell’arte e della creatività umana.


Il 20 febbraio si celebra la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale.

A partire dalla fine degli anni Sessanta, l’arte ha assunto sempre più una funzione sociale, diventando uno strumento capace di riflettere la società nelle sue contraddizioni, nelle sue ingiustizie e nelle sue speranze. Questo ruolo attivo dell’arte nella società contemporanea viene definito artivismo, una pratica in cui espressione artistica e impegno politico e sociale si intrecciano.

Uno degli artisti simbolo di questo movimento è Ai Weiwei, noto per il suo impegno politico e sociale e per la sua opposizione al regime politico cinese, che sfida con la sua arte sollevando temi come la mancanza di libertà di espressione e la violazione dei diritti umani. Fin dall’inizio della sua carriera la sua arte mostra una ribellione contro le norme sociali e politiche cinesi. L’artista utilizza spesso materiali comuni e ricorre alla tradizione artistica cinese per esplorare diversi temi universali, con un’attenzione particolare ai diritti umani, alla corruzione politica e alle conseguenze della globalizzazione. 

Nel 2006 Ai Weiwei apre un blog nel quale condivide le sue opinioni, riflessioni e critiche sulla politica cinese. Il blog viene chiuso dal governo cinese nel 2009,ma l’artista continua ad utilizzare i social e altre piattaforme online per promuovere le sue idee e opinioni fino a quando, nel 2011, viene arrestato dal governo cinese con l’accusa di evasione fiscale. Viene rilasciato dopo 81 giorni di detenzione, ma con pesanti restrizioni alla sua libertà personale e una sorveglianza costante.

Da questa sua esperienza nasce la sua opera “S.A.C.R.E.D.” (Supper, Accusers, Cleansing, Ritual, Entropy, Doubt) che offre una riflessione sulla sua esperienza di detenzione. L’opera si compone di sei installazioni, ognuna di esse è costituita da una scatola che contiene una ricostruzione in scala della cella in cui Ai Weiwei era rinchiuso e rappresenta un momento diverso della giornata in prigione, dall’alba al tramonto. All’interno di ogni cella compaiono figure dell’artista e delle guardie che inscenano momenti quotidiani e drammatici della sua detenzione. Queste scene offrono uno sguardo senza filtro sulla sua esperienza di detenzione e sulla violazione dei diritti umani.






sabato 7 febbraio 2026

L’ARTE DIVENTA RACCONTO: LE GIORNATE MONDIALI VISTE DAGLI ARTISTI 1/3 febbraio '26

Questo mese vogliamo raccontare alcune Giornate Mondiali attraverso le storie e il lavoro di diversi artisti, provando a offrire una lettura nuova di queste ricorrenze. L’arte infatti, non è solo qualcosa da osservare nei musei: è anche uno strumento per parlare di esperienze umane, di fragilità, di diritti e di memoria. Il nostro obiettivo è ampliare i punti di vista e imparare qualcosa di nuovo che possa arricchirci, sia a livello personale che culturale.


La prima giornata mondiale che affrontiamo si è celebrata il 4 febbraio, la Giornata Mondiale per la lotta contro il cancro.

Per celebrare questa giornata abbiamo scelto di parlare del lavoro dell’artista Hannah Wilke, che ha trasformato la sua esperienza personale di malattia in una riflessione profonda e coraggiosa sul corpo, sulla fragilità e sulla dignità.

Fin dai primi anni Settanta, il lavoro della Wilke si è confrontato con il rapporto tra personale e universale, partendo da questa riflessione:


“Se le donne non sono riuscite a fare arte «universale» dato che siamo intrappolate nel «personale», perché non universalizzare il «personale» e farne il soggetto della nostra arte?”


Da questa posizione nasce una ricerca artistica che pone al centro il corpo dell’artista, dando vita a lavori intensi, spesso di forte impatto e di denuncia sociale.

Il suo ultimo progetto è la serie Intra-Venus, in cui racconta il cambiamento del suo corpo segnato dal cancro e dalle cure. Queste opere sono un atto di testimonianza e resistenza: un modo per rendere visibile ciò che spesso viene nascosto, e per rivendicare il diritto di esistere, mostrarsi e raccontarsi anche nella malattia.

Attraverso Intra-Venus, l’arte diventa uno strumento per ripensare il modo in cui guardiamo al corpo malato, alla vulnerabilità e alla forza che possono convivere nello stesso spazio. Un punto di partenza per riflettere, in occasione di questa giornata, non solo sulla lotta contro il cancro, ma anche sull’importanza dell’ascolto, della consapevolezza e dell’empatia.





Attraverso il lavoro di Anselm Kiefer vogliamo affrontare il Giorno del ricordo, che si celebra il 10 febbraio.

Kiefer è riconosciuto come uno dei maggiori artisti contemporanei, la sua ricerca artistica si concentra da sempre sui temi della storia, della memoria e dell'identità collettiva. Le sue opere evidenziano il peso del passato, interrogando ciò che è stato rimosso, dimenticato o volutamente taciuto.

Nato in Germania nel 1945, due settimane prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, Kiefer appartiene a una generazione cresciuta tra le macerie materiali e morali del conflitto. Questo contesto ha profondamente segnato il suo lavoro, portandolo a confrontarsi in modo diretto e spesso scomodo con la storia della Germania e con l’eredità del nazismo. Attraverso una pratica artistica che unisce pittura, scultura e installazione, Kiefer utilizza materiali grezzi e carichi di significato, come piombo, cenere, terra e paglia, per evocare distruzione, trasformazione e memoria.

Nei suoi lavori, storia e mito si intrecciano: i riferimenti alla tradizione culturale tedesca, alla letteratura, alla filosofia e alla Bibbia diventano strumenti per riflettere sul rapporto tra passato e presente. L’arte di Kiefer invita a un confronto critico con la memoria, sottolineando l’importanza di ricordare come atto di responsabilità collettiva.

In occasione del Giorno del Ricordo, il suo lavoro ci offre uno spazio di riflessione profondo e necessario, ricordandoci come la memoria non sia solo un esercizio del passato, ma un processo attivo che continua a interrogare il nostro presente.





sabato 28 maggio 2022

GIOCARE È PER TUTTI



28 MAGGIO – Giornata mondiale del gioco

In tutto il mondo si festeggia la Giornata Mondiale del Gioco, un’iniziativa lanciata con successo nel 2003 da Freda Kim in qualità di presidente dell’ITLA (Associazione internazionale delle ludoteche).
Questa proposta nasce con l’obiettivo di evidenziare il bisogno ed il valore del gioco, in primo luogo per i bambini (come sostenuto dalla Carta dei Diritti delle Bambine e dei Bambini) ma anche per gli adulti, per gli anziani e per tutti coloro che, attraverso il gioco, hanno voglia recuperare e riscoprire tempi e spazi di qualità che nella vita di tutti i giorni vengono spesso dimenticati. 
Il gioco, non solo inteso come attività fisica con regole precise, ma come disposizione mentale, stato d’animo, energia psichica non finalizzata, senza uno scopo definito, semplicemente divertente e piacevole, può fare veramente molto… anche negli adulti: può infatti smuove le energie, favorire il cambio prospettico ed incrementare la sensazione di libertà.
"Non siamo più pienamente vivi, più completamente noi stessi e più profondamente assorti in qualcosa, che quando giochiamo" diceva Charles Schaefer, eppure sembra che per farlo, superata la “soglia della normalità”, che coincide approssimativamente con il termine delle scuole elementari, ci si debba quasi giustificare, poiché, il gioco si trasforma in qualcosa di improduttivo ed inutile che consuma le nostre energie. Ciò, in realtà, non è affatto vero e ci sono tante buone ragioni per cui è importante continuare a giocare.
Alcuni studi longitudinali hanno evidenziato la correlazione tra gioco e longevità: le persone che giocano di più sono anche quelle che vivono più a lungo. Al contrario, la vita senza gioco risulta desolante per l’individuo, che, in età adulta, può sviluppare gravi problematiche sociali e relazionali e sintomi depressivi: si parla di “deprivazione da gioco”.
Giocare, quindi, fa bene alle nostre relazioni, mantenendo i rapporti freschi ed eccitanti,  aprendo alla fiducia ed all’intimità ed  insegnando a cooperare.
Anche la produttività migliora: alcune imprese oltreoceano hanno capito che gioco e divertimento si traducono in termini di produttività, poiché incrementano la soddisfazione lavorativa, innalzano il morale e diminuiscono stress e assenteismo.
Infine, giocare aiuta anche il nostro cervello, poiché stimola la flessibilità e contribuisce al rinnovo ed al mantenimento delle connessioni neurali, stimola le aree cerebrali dedicate ad emozioni e funzioni esecutive e favorisce l’adattamento. 
Giocare, dunque, è un'attività fondamentale ad ogni età ed una sana abitudine che non andrebbe persa crescendo, poiché ha proprietà terapeutiche potentissime ed aiuta ad alleggerirsi dallo stress quotidiano, a ricaricarsi, a stimolare la creatività e recuperare spontaneità e leggerezza.